Filesonic close all traffic to prevent shutdown?

January 24, 2012 Leave a comment

Il gestore di file Filesonic, uno dei primi 10 provider mondiali ha chiuso tutti gli accessi ai file che non risultano esseri caricati sul proprio profilo. Si possono da qualche giorno condividere solo file già presenti nel proprio account. La società non ha confermato i motivi dell’azione ma pare che abbiano sicuramente recepito il messaggio lanciato dalla brusca chiusura di Megaupload/Megavideo con conseguente arresto dei gerenti.

Direi che questo è il momento per tutti coloro che pensano di poter offrire un servizio decente ed innovativo per la distribuzione di contenuti video e musicali, di darsi da fare. Perché non lanciare servizi di video alla domanda. Pagando solo i minuti che si visionano (attirando i consumatori di porno) o un abbonamento di un’ora per vedere tutto quello che si vuole. Per il resto dei film, siti come iTunes Store o i vari portali multimediali devono mettersi in testa che l’offerta deve essere più ampia includendo film indipendenti e lasciando allo spettatore la possibilità di acquistare contenuti OVUNQUE nel mondo ed in versione originale se lo desidera. I Simpsons ad esempio possono essere visti in diretta su Fox. Ma solo se l’IP risulta essere negli Stati Uniti. La stessa puntata, che avrei volentieri visto con delle pubblicità di fianco o addirittura intercalate nel programma, sono disponibili gratuitamente e senza pubblicità su siti tipo Filesonic. Chi ci guadagna? Chi ci perde? Nel 2012 non penso sia più possibile porre dei limiti alla distribuzione di contenuti.

HS

The Dearman Engine.

January 24, 2012 Leave a comment

Image credit: Dearmanengine.com

I’ve stumbled upon this site Dearman Engine and it seems that this clever adaptation of a combustion engine may be economically viable. Mr. Dearman the inventor, has proofed his machine in London and Leed Universities and they confirmed that the engine can be used in a lot of different application and become more interesting than batteries and compressed air engines. Cryogenic liquid such nitrogen (basically air) when injected into a piston is reheated at ambient temperature and the instant gassification produce the work that powers the engine. The benefits are clear: no batteries, no rare earth needed, no costly high pressure tanks and no risk of combustion (as for the Hydrogen). I’ve check out the site and the video doesn’t look like the incredible machines that constantly claim to be close to 100% of efficiency. This professor looks genuine and its invention is approaching the market entrance.

Will it succeed? When I hear about this kind of technologies and especially the fact that they always come from small and independent inventors I feel confused: is it possible that the multibillion dollars automotive industry is that blind. Just because of the oil? We’ve witnessed their shy approach to the electric vehicles market and if we do analyse what we have as results (except maybe for the exceptional Tesla that is launching its nice Model S) we feel that the e-cars mood was just a trend inflated by the oil price rise and some environmental concerns that quickly fade out when the Crisis spread all over. Wouldn’t be an efficient and clean car boosted by cryogenic air a best seller model? Wouldn’t the facts that it would dramatically reduce the need for oil, the pollution of the air and the waste of other resources a more-than-enough argument to push big corporation lab to step in and mass produce this kind of engine? Or is the oil conspiracy and the 7 sister power so strong that we will never see this kind of technologies really take over? I HOPE NOT.

HS

Costa Concordia vista dal cielo.

January 23, 2012 Leave a comment

Dal sito Digital Globe

Prospettiva diversa.

Buone Abitudini

January 16, 2012 Leave a comment

L’altro giorno trovo nella cassettina un depliant Chateaux D’Ax. Una decina di pagine. Formato A5, carta patinata di bassa qualità da catalogo. Sulla cassetta è chiaramente indicato che non desidero ricevere nessun tipo di porcheria. Infastidito da questi italiani che buttano i soldi anche all’estero chiamo uno dei negozi indicati dal depliant. Ovviamente l’impiegata non sa nulla, e non credo abbia nemmeno capito perché mai avessi dovuto scomodarmi a  chiamare per lamentarmi di un volantino. Mi dice che tutta la comunicazione è gestita dall’Italia.

Cerco un po’ ma il numero non lo trovo. Sul sito Chateaux D’Ax, che si imposta automaticamente sulla versione del Paese nel quale mi trovo e non mi lascia passare a quella italiana non vi è traccia di mail di contatto, manco di una paginetta con un formulario. Un video pare essere l’unica cosa che si trovi sulla pagina Chi Siamo. Comunque poco importa perché su Google esce una pagina nascosta del sito stesso che riporta un paio di email.

Scrivo per chiedere per quale assurdo motivo nel 2012 Chateau D’Ax senta la necessità di far stampare, trasportare, distribuire carta destinata al macero? Chiedo perché non curino meglio il loto sito, perché non facciano delle indagini demografiche ed investano su pubblicità internet alla performance. Mi chiedo anche perché con la crisi, con la deforestazione e con tutte le menate che ci occupano la testa l’aberrante pratica della distribuzione di carta da macero non venga vietata. Non avevo mai pensato, ne sentito il bisogno di un divano Chateau D’Ax e spero che come me anche voi preferiate altre ditte più intelligenti e rispettose dell’ambiente.  (P.S. Ad oggi non ho ricevuto risposta da parte di Chateaux D’Ax).

HS

L’Italia.

January 15, 2012 Leave a comment

Dopo aver letto un articolo sul Post riguardante il picchetto dei ferrovieri delle tratte internazionali notturne licenziati senza giusta causa, ma per semplice quanto stupido opportunismo e calcolo non posso che ribadire quanto detto in un commento. L’Italia è in coma. Vegeta. Non si muove. e quel che è peggio è che la necrosi di alcune parti inizia a minare seriamente le possibilità di recupero.

Il governo, che governo non è, al quale ci siamo affidati non ha ne la volontà ne il potere di dare al Paese segnali forti. Il popolo non si muove e patisce, subisce, vivacchia o tira a campare. Si investono miliardi in infrastrutture che separano invece di unire. Nel 2012 abbiamo dirigenti che approvano 4 classi e spot razzisti e fatti male. Nel 2012 non siamo in grado di capire cosa vuol dire evadere le tasse, perché non vogliamo guardarci allo specchio. Nel 2012 gli imprenditori si lamentano della crisi e continuano a licenziare e a non dichiarare quanto dovrebbero, cosi’ come i tassisti continuano a difendere privilegi inensati e gli Italiani a non capire cosa fare e da che parte dirigersi.

La crisi nel nostro Paese non è solo economica, è prima di tutto morale e per questo onestamente non so come se ne potrà uscire.

La sterile diatriba sugli stipendi dei politici

January 6, 2012 Leave a comment

In questi giorni i giornali italiani, si stanno dimenando in balletti più o meni accurati e complessi per mostrare al loro pubblico di distratti lettori come una commissione parlamentare abbia ammesso di non essere in grado di stabilire con correttezza quale fosse la media europea degli stipendi dei parlamentari alla quale il governo avrebbe dovuto attenersi per modificare le retribuzioni dei nostri inutili rappresentanti.

Il dibattito, farcito con le faraminose retribuzioni ha occupato spesso le prime pagine dei giornali senza che nessuno (o forse solo alcuni) avesse osato affrontare la questione da un altro punto di vista. Lasciamo stare una media europea, lasciamo perdere lunghe e tediose analisi e partiamo da un dato di fatto: l’Italia tutta affronta una grave crisi. Al Paese vengono chiesti balzelli quando lo Stato dovrebbe investire denari in ricerca e istruzione, al Paese vengono prospettati tagli, quando lo Stato dovrebbe aprire la strada ad opere pubbliche e grandi lavori, quando lo Stato potrebbe forzare la mano alle banche per ridurre il costo dei prestiti per l’acquisto della prima casa e ridurre la crisi del mercato immobiliare. In questo quadro lamentarsi di stipendi a 5 cifre pare ridicolo, cosi’ come mi par ridicola la pedanteria dei giornali che abboccano ad ogni esca lanciata dal governo o dal mondo politico più in generale, accontentandosi di cianciare e riempir pagine con sterili discussioni anziché porre domande dirette, ma scomode. Il Governo avrebbe dovuto per prima cosa ridurre con decreto legge (chiedendo magari la fiducia e mettendo i parlamentari di fronte alla realtà di far cadere il governo a causa della loro ingordigia) a 5000 E lordi gli stipendi di tutti i politici. Nel’Italia di oggi non è possibile lamentarsi di un tale stipendio.

Il mondo politico è in crisi perché vuole essere in crisi. I politici tutti, vivono in un paradiso dorato completamente separato dalla realtà del Paese e la casta dei giornalisti aspirando ad entrare nell’ Eldorado o avendone in alcuni casi già guadagnato accesso ai cortili, si contenta di permanere in un limbo di servile e cortese protesta, lanciando di giorno pietre alle finestre del palazzo e provvedendo, una volta calata la notte, a riparare i vetri e a scusarsi con i padroni.

HS

Buone abitudini

December 21, 2011 Leave a comment

Basta poco per cambiare le cose, senza scendere in piazza a fare rumorose ed inutili manifestazioni. Un suggerimento che si puo’ fare da domani, da subito e che magari qualcuno ha già da tempo adottato: portarsi un semplice asciugamani ed un mug al lavoro permette di economizzare su un anno qualche bel chilo di plastica e carta, evitando di utilizzare un bicchiere di carta ad ogni bevuta e due o tre salviettine ogni volta che si usano i servizi o la kitchinette.

Semplice, efficace, di applicazione immediata: passa parola.

Oggi non resisto e vi propongo di ascoltare questa canzone  di Allo Darlin, Tallulah che mi ascolto in loop da due giorni, ci sta bene col buon proposito di fine d’anno.

HS

Chatarreros Metálicos, Mining for Gold in Barcelona

December 16, 2011 Leave a comment

MINING FOR GOLD
Un reportage di Heiland Stark

La figura che si scorge lontano sul marciapiede mentre lentamente spinge un carrello metallico
e stanca si muove alla ricerca di qualcosa potrebbe essere la parodia della nostra società: ogni
classe è impegnata a modo suo ad accumulare qualcosa, seguendo il muto richiamo
filogenetico.
Papa è senegalese, tre figli e una moglie lontani, e dal punto di vista di noi cittadini dalla
rinnovata sensibilità ecologica potrebbe essere un paladino dell’ambiente.
Papa, classe 1966, pelle nera come cuoio e sguardo sereno è un venditore di chatarras
metálicas, vale a dire qualsiasi tipo di rottame o oggetto metallico più o meno abbandonato che
possa essere identificato, pesato e valutato.
Da quattro anni Papa fa questo lavoro, che lavoro non è vista l’assenza di due requisiti base
per l’utilizzo di questo termine: un contratto e la sicurezza di una paga fissa alla fine del mese.
Certo, molti tra di voi potranno obiettare che non serve scendere così in basso per non avere
queste garanzie, ma questo è oggetto di altre discussioni.
Iniziamo a parlare prima un po’ in francese, poi proseguendo con il mio spagnolo insicuro ed il
suo un po’ svogliato. Parla lentamente con lunghe pause. Io aspetto. Non voglio finire le frasi
per lui.
Arrivato in Spagna senza documenti, ha avuto la possibilità di scegliere tra la vendita di borse,
occhiali ed accessori vari o lanciarsi nella raccolta di metalli. Nel 2006, mi dice, si potevano
guadagnare fino a 1200 euro al mese. Ora si fatica ad arrivare a 200. Il volto è sereno,
nessuna traccia d’autocommiserazione.

Seduti in un bar vicino alla casa nella quale vive assieme ad altra gente, sorseggiamo un
caffettaccio in terrazza. La larga padrona saluta Papa con consuetudine, siamo nella zona
industriale di Barcellona, in un’atmosfera da piccolo villaggio nella quale start-up e pochi
negozi condividono le strade ortogonali con case occupate, cantieri e qualche piccola fabbrica.
Papa mi spiega che la differenza la fanno i sempre più numerosi disoccupati che arrivano in
cerca di lavoro. Quella che prima poteva essere un’attività corretta, il punto di vista lo scegliete
voi, si è trasformata in una caccia al rottame nella quale si potrebbe pensare che chi ne
approfitta siano i compratori.
Seguiamo un collega di Papa per le strade larghe, un po’ sporche e assolate. Spinge un
carrello nel quale figurano nell’ordine: pali da impalcatura, oggetti indistinti, scheletri di
computer e come a ricoprire il tutto qualche metro di rete metallica arrugginita. In qualche
galleria una volta avevo visto qualcosa di simile.
Ci dirigiamo verso il primo rigattiere, quello vicino alla fermata del metro per capirci. Nella prima
tienda, una donna scarna in tuta da lavoro, capelli rossi in perfetto stile punk, denti più difficili
da far entrare nel quadretto, sta rompendo quelle che paiono basi di lampadine in ceramica.
Effettua il lavoro non curante delle schegge che volano ovunque, non curante di me che entro,
non curante del suo capo che osserva a pochi centimetri.
Non hanno tempo per rispondere. Mañana quizás.
Papa mi dice che qui i prezzi non sono buoni e che le persone sono tutt’altro che gentili.
Chissà perché avevo avuto la stessa impressione.
Arriviamo in un altro magazzino di raccolta: solo anonime saracinesche fanno vece di porte. La
bilancia, enorme e vecchia, troneggia all’ingresso.
Al capo, che identifico dall’occhiale nero e il capello laccato, il cellulare in mano e forse un
anello un po’ troppo grosso al dito chiedo se posso entrare. Mi autorizza a patto di non
fotografare i volti.
Affare fatto.

Dietro una scrivania arrangiata con vecchie tavole sta un tizio che contabilizza pesi, quantità e
tipi di metallo che vengono depositati sulla bilancia da un aiutante e dal venditore.
Su una lavagnetta la top ten dei metalli ed il loro valore:
Berry (il rame di miglior qualità, pulito) 4,5 Euro al Kilo segue IL Tubo di Rame a 4,2 Euro
seguito dal Cavo di Rame: 1,6 Euro. Si continua con Metallo Generico: 2,70 Euro e poi la
pecora nera o grigia, vedete voi, il Piombo: 0,8 Euro
L’allumino tenta di darsi valore mostrando prezzi da 0,4 a 0,95 a seconda dello stato nel quale
si trova.
L’Inox 1,3 Euro.

Per finire Ferro: la lavagna riporta 0,42. Papa mi ha dato come prezzo 0,18 Euro al Kilo.
Nel retrobottega un altro lavoratore dopo aver attaccato un’estremità di uno spesso cavo di
rame ricoperto di plastica ad un supporto lo sta spellando con l’aiuto di un taglierino.
Mi vengono in mente allora le immagini che accompagnavano un articolo sul riciclo dei metalli
in Africa: un’intera città e centinaia di adolescenti consumati dal fumo nero ed acre dei fuochi
che a loro volta consumavano la plastica e mettevano a nudo i cavi.
Per ora in Europa si continua col taglierino.
Il carrello dell’amico di Papa é svuotato, pesato e valutato. Totale della spesa: 15 Euro per una
mattinata di lavoro e dozzine di kilometri percorsi.
Continuiamo il giro.
Arriviamo in un altro negozio nel quale questa volta i prezzi non sono esposti. Cambiano di
giorno in giorno dice la proprietaria mentre butta rumorosamente pezzi di motore in un
cassone.
Papa mi conferma che ogni giorno bisogna informarsi circa l’evoluzione dei prezzi e andare da
chi paga meglio.
Ma dopo dove finiscono tutti questi metalli?
La señora, mi dice che tutto va alle fonderie. Interrogate le fonderie hanno risposto che i loro
prezzi sono basati sulle borse pubbliche dei metalli: dopo aver scaricato i listini del LME
(London Metal Exchange) ad esempio, la differenza tra il prezzo d’acquisto del rame 4,5Eur dal
rigattiere ed il suo prezzo sul mercato 5,1Eur al Kilo appare onesta.
Ritorno dal primo rigattiere per chiarire questo punto. Mi dice che è a causa di un hico de puta
parcheggiato là dietro, se lui deve mantenere i prezzi d’acquisto relativamente alti altrimenti la
gente non viene a scaricare i carrelli da lui. La concorrenza si fa sentire anche qui.
Mi congedo da Papa per la pausa pranzo. Nello stesso quartiere mi fermo ad osservare David,
spagnolo, occhi chiari mani vissute, che sta meticolosamente separando quanto raccolto. Mi
mostra il bottino.
Il rame è sempre il re della caccia al tesoro. Poi vengono cavi, rubinetteria e bobine tirate fuori
da vecchi televisori catodici. Il ferro vale sempre meno tanto che alcuni rigattieri, dice indicando
il negozio senza prezzi visitato prima, ora lo rifiutano.
David ha una sua metodologia di lavoro. Aspetta l’ora alla quale di solito la gente porta giù
l’immondizia (dalle 20 in poi) e via tutta la notte per le strade dei quartieri residenziali. A volte si
contenta di cercare solo di fianco ai cassonetti, altre volte guarda anche dentro. Molti, dice
scuotendo la testa, aprono i sacchetti nei cassonetti. Questo lui non lo fa.

Sulla strada verso casa, questa volta in pieno centro, m’imbatto in Viktor e Alina, rumeni,
anche loro dal 2006 in Spagna anche loro due anime tra le centinaia che ogni giorno
percorrono le strade di Barcellona frugando nelle immondizie alla ricerca dei preziosi metalli.
Questa giovane coppia pare disporre di qualche mezzo in più: hanno un vecchio furgoncino del
quale Viktor mi mostra il contenuto: alcune barre metalliche, altre “cose” metalliche, resti
preziosi di una civiltà in decadenza ed in perpetua ristrutturazione che queste persone
raccolgono, selezionano e rimettono in circolazione.
Comunque quanto vedo, con le parole di Viktor: no es nada. 20 Euros nada mas.
Viktor è stato chiamato da un capocantiere che sta ristrutturando un appartamento. In cambio
di una modesta somma (non dice quanto) il capocantiere lo chiama per permettere ai due di
raccogliere il metallo proveniente dal cantiere. Probabilmente per il capocantiere sarebbe solo
uno spreco di tempo fare quello di cui Viktor e Alina vivono.
Lavorando in due dalle 7 alle 21 in questo momento Viktor e Alina guadagnano circa 1000 euro
al mese. E contando la benzina e il cibo…a voi la conclusione.
Anche Viktor si lamenta della crisi, del crollo del prezzo dei metalli, del fatto che i compratori ne
approfittino sempre truccando le bilance, della concorrenza sempre più numerosa, ma, dice
sorridendo, meglio questo che un altro tipo di commercio.
Sì perché durante la visita in uno dei magazzini, sulla bilancia c’erano dei tubi di rame ancora
chiusi nel loro involucro, in un altro, impilate, delle sedie da bar in alluminio. Con l’aumento sui
mercati internazionali dei prezzi delle materie prime ed in particolare dei metalli, questi
materiali edili sono diventati l’obiettivo di bande più o meno specializzate che potevano contare
fino a poco tempo fa sulla scarsa sorveglianza dei cantieri.
Viktor e Alina si congedano all’arrivo dei muratori che portano dei vecchi termosifoni in ghisa.
Cala la notte sulla città, il lavoro dei chatarreros prosegue. Televisori, condizionatori, motori,
sono oggetto spesso di una prima spolpatura consistente nel rompere le parti in plastica ed in
vetro (quindi i tubi catodici e la loro dose di piombo se ne finiscono nelle fognature) senza
alcuna precauzione né alcun riguardo per il tipo di sottoprodotti eventualmente derivanti
dall’operazione.

Ma chi può biasimarli? E chi deve esser considerato responsabile? Il cittadino che obbedendo
al richiamo del proprio governo aiuta l’economia in difficoltà cambiando televisore ma non
avendo il tempo per smaltirlo correttamente? Il governo che non controlla? Il disoccupato che
privo d’altre risorse si dedica ad un’attività che seppur entro certi limiti potremmo giudicare
socialmente utile nonostante le pericolose derive?


La nostra società è lontana anni luce da un reale consumo ecosostenibile se per qualcuno
questa parola ha ancora un po’ di senso. Lo spreco di risorse, tempo ed energie è una
costante della nostra quotidianità. Certo per Viktor, Papa o tanti altri si tratta dell’opportunità di
vivere, di mangiare, d’avere un’opportunità di tirare avanti. Ma per quanto ancora durerà la
festa? Quale sarà il prezzo per un tale dispendio di risorse? Alla fine chi pagherà il conto?
Com’è possibile nel 2011 (saremmo dovuti essere già alla seconda odissea) che una quantità
di metallo sufficiente ad alimentare un mercato clandestino possa finire semplicemente nei
rifiuti?
Una vecchia canzone dei Cowboys Junkies faceva così :

We are miners, hard rock miners
To the shaft house we must go
Pour your bottles on our shoulders
We are marching to the slow

On the line boys, on the line boys
Drill your holes and stand in line
Till the shift boss comes to tell you
You must drill her out on top

Can’t you feel the rock dust in your lungs?
It’ll cut down a miner when he is still young
Two years and the silicosis takes hold
And I feel like I’m dying from mining for gold

Yes I feel like I’m dying from mining for gold*

*Mining For Gold, Cowboys Junkies from the Album Trinity Revisited (2007). Tutte le fotografie sono di proprietà esclusiva di Heiland Stark. La riproduzione parziale o totale del presente reportage è incoraggiata unicamente à condizione di citarne l’autore e l’indirizzo del blog. Non è consentito nessun utilizzo a fini commerciali senza autorizzazione scritta dell’autore. Tutti i diritti riservati.

Il Canada esce dal protocollo di Kyoto.

December 13, 2011 Leave a comment

Forse ne avranno avuto abbastanza di giocare un ruolo che non si addiceva alle mire da Emirato del Paese e sicuramente i miliardi di euro che non dovranno più pagare hanno influito non poco sulla decisione del Canada di tirarsi fuori dal trattato di Kyoto. Diciamo pure che si tratta di una scelta che non condivido, ma che ha una certa lodevole coerenza.

Il Canada da alcuni anni ormai prosegue nello sfruttamento delle sabbie bituminose delle quali detiene i due terzi delle risorse mondiali. Sebbene di difficile estrazione e fino a pochi anni fa considerate economicamente non convenienti, con l’aumento dei prezzi del greggio e l’aumento della domanda le sabbie bituminose si sono trasformate in una potenziale manna d’oro per il Paese e per le comunità delle poche provincie interessate dalla maggior concentrazione.

Va da sè che mantenere la propria permanenza tra i firmatarii del trattato di Kyoto, quando si investivano enormi risorse per disboscare la foresta boreale e sostenere lo sfruttamento estremamente inquinante delle sabbie era quanto meno paradossale. Ma le Nazioni Unite hanno imparato da tempo a convivere con la propria incongruenza grazie a stratagemmi legali, a paraocchi più o meno spessi e alla comune indifferenza sostenuta a suon di miliardi di euro dalle lobby che di volta in volta si sentono minacciate: pescatori di balene, pescatori, compagnie petrolifere, compagnie minerarie, cartiere, costruttori d’auto.

Il Canada quindi è fuori ed il trattato accusa un colpo durissimo proprio all’indomani della conclusione del Circo di Durban, dal quale gli stati erano venuti fuori con una confusa quanto fumosa promessa di un futuro impegno ad iniziare a prendere atto che il cambiamento avrebbe potuto in qualche modo essere…

HS

La conclusione del Meeting di Durban: la Terra puo’ aspettare.

December 11, 2011 Leave a comment

*il testo è del Ministro degli Esteri di Grenada,Karl Hood,  pronunciato a nome dell’AOSIS (Alliance of Small Island States) i Paesi più direttamente minacciati dall’eventuale aumento del livello degli oceani.

Leggendo quanto riportato da Richard Back su BBC News, a volte non riesco a credere al livello d’ipocrisia raggiunto su questo pianeta. La data limite per prendere decisioni (solo per decidere cosa fare NON per fare qualcosa) è stata spostata al 2020, cioé tra 8 anni.

E’ stato stanziato un fondo per aiutare i paesi emergenti a sostenere le spese di uno sviluppo sostenibile, peccato che non si sappia dove prendere i 100 miliardi di dollari stanziati.

La palese incoerenza tra le affermazioni dei presenti, le loro vanagloriose promesse e la realtà sono ridicole: si parla di un piano A per salvare un pianeta. Evidentemente il pianeta del quale questa gente si sta occupando non è lo stesso che finanzia i loro meeting-vacanza.

Per riassumere quello che questi signori hanno detto per più di una settimana le parole del Ministro dell’ambiente indiano sono senz’altro le più eloquenti: “Western nations have not cut their own emissions as they had pledged; so why should poorer countries have to do it for them?

Leggendo poi quando l’eminente Michael Jakobs dice, credo che avrebbe dovuto fare il giornalista piuttosto che lo scienziato vista la facilità con la quale gioca con le parole ed il loro significato: “The agreement here has not in itself taken us off the 4C path we are on, but by forcing countries for the first time to admit that their current policies are inadequate and must be strengthened by 2015, it has snatched 2C from the jaws of impossibility. At the same time it has re-established the principle that climate change should be tackled through international law, not national, voluntarism.

Direi che siamo in ottime mani e che non c’è nulla da temere, tanto più che poco a poco mi pare che si diffonda sempre più la tesi che la Terra è autonoma e che pretendere che l’Uomo possa influenzarne il clima a livello globale è da presuntuosi. Io dico che anche se, ANCHE SE, l’uomo non fosse il diretto responsabile del cambio climatico al quale assistiamo, rimarrebbe comunque responsabile per l’impoverimento e l’inquinamento degli oceani, per la sparizione di centinaia di specie animali, per la trasformazione di milioni di ettari di foreste in stuzzicadenti e piantagioni di soja e per l’assoluta mancanza di rispetto per qualsiasi altra forma di vita non sia in grado di minacciarlo con una bomba all’idrogeno.

HS

Categories: Editorial
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